Il giudice Minosse

 

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 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: / essamina le colpe ne l’intrata; / giudica e manda secondo ch’avvinghia.
(Inferno Canto V, vv. 4-6)

Dico che quando l’anima mal nata / li vien dinanzi, tutta si confessa; (Inferno Canto V, vv. 7-8)

E’ la sera del Venerdì santo del 1300: Dante entra nel secondo cerchio dell’inferno custodito dal terribile Minosse, il mitico re di Creta,  il giudice dell’Inferno. Le anime, sempre assai numerose, si presentano, “tutte si confessano” e “quel conoscitore di peccati” pronuncia la sentenza. Dopo di che l’anima precipita nel cerchio assegnato.
Vorrei soffermarmi brevemente sul modo assai singolare di giudicare e destinare le anime “mal nate” al loro triste destino. Minosse avvinghia intorno al suo corpo riluttante la coda. Una, due, tre, volte e via di seguito secondo il numero dei cerchi. Un’ immagine plastica che ben descrive la natura del peccato.  Nel libro del Siracide leggiamo: “Figlio non ti impigliare nel peccato, perché neppure di uno resterai impunito”.  Il peccato è legaccio, catena, pesante fardello che  fa precipitare verso il basso. E’ un lento declino. L’abbaglio peccaminoso è ambiguo. Ci soddisfa al momento ma diventa lentamente “abbraccio mortale”. Quella coda che si accartoccia su se stessa forma una spirale da dove difficilmente si esce. Lo stesso Minosse fa suo questo concetto quando si rivolge a Dante e lo avverte di guardarsi da come entra nell’Inferno e che non lo inganni l’ampiezza della porta infernale (come a voler dire che entrare è facile, ma uscirci no). Proprio così. E’ facile lasciarsi ingannare dalle lusinghe del piacere effimero, difficile districarsi dalle conseguenze nefaste del male commesso. Come la lebbra mangia la carne, forma delle  pustole infette similmente il peccato lacera lo spirito, infetta e intorpidisce le sorgenti dell’amore. Come uscire da quello che abbiamo definito “un abbraccio mortale”? La via d’uscita la possiamo intravedere proprio nelle prime terzine del canto V. Vi è un sottile passaggio, una sorta di legge del contrappasso che spesso sfugge ad una lettura superficiale, che difficilmente viene messa in rilievo. Sentite: “Dico che quando l’anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa;”
Ironia della sorte. Coloro che nella vita non hanno voluto confessare i propri peccati, non sono ricorsi al Sacramento del perdono, ora sono costretti a confessarsi dinnanzi a colui che non perdona, ma che emette,  solo un giudizio di condanna.  Mentre, durante la vita terrena, la Confessione riapre le porte del Paradiso, riconcilia con Dio, con se stessi e con i fratelli, nell’aldilà, all’ingresso del secondo cerchio, la confessione fa precipitare per sempre nell’eterna  dannazione. Basta un gesto di umiltà la dove il sole ancora sorge per evitare il buio eterno, basta un misero confessionale baciato dalla misericordia di Dio per evitare il ghigno di “quel conoscitore di peccati”. Non lasciamo tramontare il sole sopra il nostro peccato, inginocchiamoci finché siamo in cammino; solo così eviteremo  “il mortale abbraccio” di un’ orribile coda.

Il giudice Minosseultima modifica: 2008-10-31T16:55:00+00:00da donvitton

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