21/12/2011

Vergine Madre, figlia del tuo Figlio - Canto XXXIII del Paradiso


«Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d'eterno consiglio

 

La preghiera di San Bernardo a Maria si apre con accostamenti di parole e concetti dal significato opposto, a sottolineare come gli elementi della divinità travalichino le possibilità di comprensione dell'intelletto umano. Oggi commenteremo il primo di questi accostamenti: Vergine Madre. Come si può essere vergini e nello stesso tempo concepire e dare alla luce un figlio? E’ evidente che solo in Maria questi elementi si incontrano e possono convivere insieme travalicando ciò che dal punto di vista semplicemente umano è impossibile e, nello stesso tempo, incomprensibile.

Si, in Maria, la verginità e la maternità si incontrano e diventano una sola cosa. Ma ciò che in Maria avviene nella pienezza in noi si riflette nei tenui colori della  fragile natura. Insomma, ogni maternità, se fedele al piano originario di Dio, diventa verginale, cioè integra. Certamente non dal punto di vista fisico, ma sicuramente dal punto di vista spirituale. Cercherò di rendere ancora più semplice questo concetto. L’incontro di due corpi, quando avviene nella definitività di un reciproco dono, nel calore e nella dolcezza di un atto d’amore, diventa trasparente, unico, fecondo. Se l’atto generativo viene riportato al candore delle sue origini (l’uomo e la sua donna, tutti e due, erano nudi, ma  non avevano vergogna)  si vela di verginità, diventa una casta comunione. In un contesto culturale dove il corpo è spesso privato dalla sua dimensione spirituale, risulta difficile parlare di integrità e di comunione. Solo recuperando l’immagine del corpo come “tempio di Dio” possiamo ridare all’atto generativo la sua originaria dignità. La sessualità umana è cosa seria, il linguaggio più difficile da interpretare, la dimensione più importante da recuperare. Io amo pensare che una nuova vita deve essere concepita nell’integrità e nella pienezza di un atto che non ci appartiene, che richiama il mistero di Dio, che esprime solo e semplicemente un amore casto e  puro.  Anni fa una donna da tempo sposata mi confidò: « dopo tanti anni di matrimonio “non si fa più all’amore” ma “solo sesso”»

“Vergine-madre”: questi due termini non possono essere completamente disgiunti nell’esperienza umana, altrimenti “l’atto umano” si impoverisce, si svuota, perde significato.  L’amore è il mistero centrale di ogni uomo. Concepire in modo integro significa riscoprire il mistero centrale della nostra stessa natura umana. La maternità, senza la dimensione trascendentale della verginità, rischia di diventare matrigna, priva di una dimensione che rende la donna veramente madre. 

 

09/03/2011

Solo, in compagnia della propria vergogna

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Nel fondo erano ignudi i peccatori; / dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto, /di là con noi, ma con passi maggiori,

 

(Canto XVIII vv. 25/27)

 

Scesi dalle spalle del terribile Gerione, Dante e Virgilio si avviano verso la parete rocciosa che delimita la prima bolgia. Qui vedono una nuova e terribile punizione. Due schiere di dannati procedono in direzione opposta: completamente nudi sono  costretti a correre sferzati da diavoli cornuti. In una schiera corrono in eterno i ruffiani mentre nella schiera che procede sulla corsia opposta corrono sotto la sferza coloro che avevano ingannato il prossimo. Due forme diverse del medesimo peccato: la seduzione. Nella prima schiera Dante riconosce subito un bolognese: “Il dannato cercò di non farsi riconoscere, abbassando il viso. Ma gli servì a poco, perché io ero ormai certo che si trattasse del bolognese Venedico Caccianemico”.

Venedico "Caccianemico" dell'Orso (Bologna, 1228 – 1302) fu tra i personaggi di spicco nella politica bolognese del suo tempo e ricoprì numerose cariche. Fu sempre favorevole agli Este,  marchesi di Ferrara, accondiscendendo alle loro mire su Bologna sperando di poterne ottenere favori politici.  E’ tra i peccatori della prima bolgia per scontare in eterno il suo vergognoso peccato. Dante lo incalza e Venedico, seppur malvolentieri, confessa la sua colpa. “Era stato lui il ruffiano che era riuscito  convincere la propria sorella Ghisolabella a conce­dersi alle voglie di quel debosciato di Obizzo d' Este ed era stato lui a ricevere dal marchese parecchio denaro e molti benefici, come ricompensa per la sua vergognosa opera di intermediario”. Misero baratto. Per un po’ di prestigio, per denaro, per il “piccolo guadagno” inganna la sorella e vende il suo onore. Pur di assecondare i desideri perversi  di un potente non esita ha sacrificare gli affetti più sacri, i legami di sangue che nulla e nessuno dovrebbero sciogliere. Un diavolo passa e lo sferza insultandolo: “Vattene via ruffiano! Qui non ci sono donne da vendere per guadagnarci sopra!” Già, all’inferno si è soli, in compagnia della propria vergogna!

07/03/2011

Malebolgie

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Prima di commentare il XVIII Canto diamo una sommaria descrizione dell’Ottavo Cerchio. “C’è un luogo, nell' Inferno, chiamato Malebolge, tutto di pietra del colore del ferro, così come la parete a picco che circonda il luogo. Proprio nel centro, si apre un pozzo molto largo e profondissi­mo, di cui a suo tempo descriverò la struttura. La fascia compresa fra questo pozzo e la base della pare­te ha dunque la forma di un anello ed è divisa in dieci avvallamenti concentrici: le dieci bolgie. Il loro aspet­to è simile ai fossati che cingono i castelli a difesa della mura. E come le fortezze hanno i ponti levatoi, così, in quel luogo dell' Inferno, dalla base della pare­te partono ponti, anch' essi di roccia, che attraversano argini e fossati fino all'orlo del pozzo”. Così Dante descrive l’immenso  e sterminato bagno penale del basso inferno come gli appare dalla groppa di Gerione. La struttura dell’ottavo cerchio è più complessa e articolata di quella dei cerchi precedenti. Al centro c’è un enorme pozzo (Il pozzo dei giganti)  ed attorno vi sono dieci canali concentrici (bolgie) simili ai fossati che circondavano i castelli medioevali. I dieci avvallamenti sono delimitati da delle mura in pietra e dei ponticelli, sempre in pietra, uniscono tra di loro le varie bolgie.

In questo oscuro abisso scontano la loro pena: i seduttori (prima bolgia), gli adulatori (seconda bolgia), i simoniaci (terza bolgia), gli indovini (quarta bolgia), i barattieri (quinta bolgia), gli ipocriti (sesta bolgia), i ladri (settima bolgia), i consiglieri fraudolenti (ottava bolgia), i seminatori di discordia (nona bolgia) e i falsari (decima bolgia).

E’ l’alba del 9 Aprile 1300 (Sabato Santo) quando Gerione scarica Dante e Virgilio in Malebolgie.

Inizia anche per noi il viaggio tra gli spettrali avallamenti del basso Inferno

03/03/2011

Mistero del male

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"Ecco la fiera con la coda aguzza, / che passa i monti e rompe i muri e l'armi! / Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!".

(Inferno, Canto XVII vv. 1/3)

 

 

“Ecco il mostro con la coda aguzza, in grado di varcare le montagne e di abbattere mura e armi! Ecco chi appesta tutto il mondo con il suo insopportabile fetore”

Dante prova ribrezzo e teme Gerione, il gran mostro che personifica la frode. “La sua faccia - continua il Poeta - era quella di un uomo onesto e ispirava subito fiducia, ma nel resto del corpo era un serpente”. La frode nelle sue varie forme, spoglia l’uomo, lo induce a cogliere un frutto che non gli appartiene. Agli albori dell’umanità, in un giardino circondato da quattro fiumi e ricco di ogni benedizione, è avvenuto il primo inganno, archetipo di ogni azione fraudolenta.  “Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male". Mortale abbaglio. Don Primo Mazzolari, in una famosa omelia, si chiedeva: “A un certo momento è venuto fuori il male. Di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la capacità di credere , di amare il bene ….?” Mistero del male: di un volto rispettabile e ben pettinato ma che nasconde un corpo viscido e una coda da scorpione. L’uomo ingannato e spogliato rischia di diventare a sua volta fraudolento e  di perpetuare nel mondo l’opera di Satana. E’ ancora don Mazzolari, nella medesima omelia, a sottolineare: “Quanta gente, anche nel nostro paese, ha il mestiere di satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità …”

Con lo stesso tremore di Dante saliamo anche noi sulla groppa del fetido Gerione. Apprestiamoci a scendere lentamente nel basso Inferno dove visiteremo le 10 bolgie che formano  Malebolgie, l’ottavo cerchio dell’Inferno Dantesco. Regno dell’inganno e della frode, dove l’umana vanità paga pegno alla propria stoltezza.

25/11/2010

Dal profondo abisso

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Ond'ei si volse inver' lo destro lato, / e alquanto di lunge da la sponda / la gittò giuso in quell'alto burrato.  (Inferno, Canto XVI vv. 112/114)

 

Nel Canto XVII Dante introduce la figura di Gerione, mostro demoniaco dal volto di uomo, corpo di drago e coda di scorpione, custode di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’inferno Dantesco. Chiamato da Virgilio attraverso il lancio di una corda nell’abisso che separa il cerchio dove sono puniti i violenti contro Dio dalle dieci bolge che formano l’ottavo cerchio “l’essere immondo appoggiò sulla sponda la testa  e il busto, ma non la coda che rimase libera nel vuoto”. Nella mitologia greca Gerione era un enorme e fortissimo gigante che abitava nell’isola di Eritea, dove possedeva una immensa mandria di meravigliosi buoi rossi nutrendoli di carne umana. Sul suo aspetto esistono voci contrastanti. Generalmente viene rappresentato con tre teste, tre busti, sei braccia e sei gambe; in sintesi tre persone unite da un unico ventre. La sua mandria destava l’invidia di molti; tra questi  Euristeo che ordinò a Eracle (nella mitologia latina Ercole) di sottrarla all’orribile Gerione. Il figlio di Zeus portò a buon fine la sua decima ed ultima fatica: rubò la mandria di buoi rossi e uccise il giocante. Dante trasforma questa figura mitologica  e ne fa la metafora della frode. Come uno degli incubi che popolavano la vita dell’uomo medievale il maestoso mostro sale dal profondo abisso nuotando nell’aria oscura del basso inferno. Come il peccato è orribile ma nello stesso tempo accattivante, tradisce l’uomo con il suo aspetto ambiguo. La doppiezza è di sua natura diabolica perché tende a nascondere la realtà,  inquina la verità, semina il sospetto. E’ così abile e suadente, il Gerione immortalato da Dante, che ci fa credere di abitare negli altri; in realtà, con rara e raffinata maestria, costruisce il suo nido nel nostro cuore rendendoci dei piccoli “sepolcri imbiancati”.

22/11/2010

Canto XVII dell'Inferno: Senza volto

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Che dal collo a ciascun pendea una tasca/ch'avea certo colore e certo segno, e quindi par che 'l loro occhio si pasca.  (Inferno, Canto XVII vv. 55-57)


“Guardai attentamente il volto di alcuni di loro, ma non ne riconobbi nessuno. Notai, però, che dal collo di ognuno pendeva una borsa, ciascuna di un determinato colore e con un disegno differente. ogni dannato guardava la propria con una sorta di compiacimento”.  Come abbiamo già avuto modo di sottolineare gli usurai hanno il volto irriconoscibile, divorato dal fuoco, figura allegorica di quella bramosia che li ha divorati durante la vita. Però si possono riconoscere le loro casate grazie alla borsa di diverso colore che portano al collo. Guardando meglio Dante riesce ad identificare anche lo stemma impresso sulle borse: un leone azzurro (stemma della casata fiorentina dei Gianfigliazzi), un’ oca bianca  (stemma degli Obriachi) e via dicendo …

Questo dettaglio è  denso di significati. Gli usurai si identificano con il loro borsello, con i soldi che hanno racimolato sulle altrui disgrazie. Scompare il volto, il nome, i tratti umani: rimane una borsa, il colore e lo stemma sbiadito di una casata. Quante persone  sono conosciute e temute per la loro potenza economica, per ciò che possiedono più che per quello che sono …   Scompare il cuore, il bagliore e la luce degli occhi: rimane solo un’effige impressa sul denaro che portano in tasca. Quando bussano alla porta di casa li riverisci e li temi ma non riesci ad amarli; non reggi il loro sguardo perchè vuoto e impalpabile ….

Questi versi della Divina Commedia sono l’eco di un duro monito: non compiacerti di quello che hai, non attraccarti ai colori sgargianti di un borsello pieno di monete. Col passare del tempo i suoi colori svaniscono, il valore di quelle banconote si svaluta: rimane solo il vuoto in quello che una volta era un volto … La condanna degli usurai comincia in questa vita terrena: chi perde il proprio nome, la luce dello sguardo, la luce di un sorriso è già all’inferno.

19/11/2010

Mentre dormono si arricchiscono

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Non altrimenti fan di state i cani /or col ceffo or col piè, quando son morsi /o da pulci o da mosche o da tafani.  (Inferno, Canto XVII vv. 49-51)

 

Dante e Virgilio giungono al limitare del grande sabbione infuocato dove il fiume Flegetonte precipita, con un rumore simile a quello di un alveare, nel cerchio sottostante. Vicino al grande precipizio, nell’ultimo tratto del terzo girone, troviamo gli usurai. Stanno seduti sull’orlo della landa arroventata , sotto una pioggia incessante di fuoco. Anime che Dante non riesce a riconoscere come già era avvenuto con gli avari: l’attaccamento al denaro e ai guadagni illeciti sfigura il volto e distorce il cuore.  Il Poeta così li descrive: “Agitavano le mani in ogni direzio­ne, tentando di difendersi ora dalle fiamme cadenti, ora dalla sabbia ardente. Sembravano cani che, d'esta­te, si agitano e, ora con il muso, ora con le zampe, cercano di liberarsi da pulci, mosche e tafani”. In questo movimento scomposto delle mani e nella similitudine del cane agitato che tenta in vano di liberarsi dai fastidiosi parassiti io scorgo, seppur celata, la consueta legge del contrappasso. Gli usurai sono dei parassiti che si ingrassano e si arricchiscono sugli altrui bisogni, ne approfittano di chi si trova in difficoltà. La Bibbia è chiara al riguardo:  Se presti denaro al mio popolo, al povero che abita con te, non lo vesserai come un esattore, né l’opprimerai con le usure” (Esodo, 22, 25); “Non darai il tuo denaro ad usura al tuo fratello, e non esigerai un sovrappiù di frutti” (Levitico, 25, 37); “Concedete prestiti senza sperarne nulla”. (Luca 6, 35)

La teologia cattolica ha cercato di distinguere tra usura e tasso d’interesse, ma qui il discorso si farebbe troppo lungo: netta comunque è la condanna della Chiesa nei confronti dell’usura. Gli usurai sono nei confronti di chi si trova nel bisogno come tafani e pulci: succhiano, tolgono il respiro, portano sull’orlo della disperazione. Mentre i bisognosi lavorano per pagare gli interessi  gli usurai si arricchiscono mentre dormono. Ora, queste anime infelici, per l’eternità si trovano seduti presso un precipizio, punti da fastidiosi insetti sotto una pioggia incandescente.

Il guadagno facile e illecito, l’eccessivo attaccamento al denaro ci riduce a bestie, a cani che devono ogni giorno fare i conti con un prurito incessante: l’avidità!

05/11/2010

Un cammino ascetico

 

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Poi cominciai: "Non dispetto, ma doglia / la vostra condizion dentro mi fisse, / tanta che tardi tutta si dispoglia,  (Canto XVI  vv. 52/54)

 

 

Dopo Brunetto Latini  Dante e Virgilio incontrano, nella fitta “nevicata di fuoco” che sferza le anime del terzo girone, altri tre fiorentini: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci. Dante vorrebbe abbracciarli e ha nei loro confronti parole di grande rispetto e di profondo affetto: “Dissi loro che non li disprezzavo affatto; piutto­sto la loro misera condizione suscitava in me dolo­re, reso ancora più acuto dalla mia ammirazione per la loro grandezza e nobiltà d'animo”. Dante rivela a uno dei tre, Jacopo, il senso e il significato del suo viaggio tra le anime dei dannati. Siamo ormai giunti al XVI Canto dell’inferno ed è bene ribadire le motivazioni profonde che ci hanno spinto a seguire Dante e Virgilio tra le pieghe oscure e i meandri dell’umana debolezza. Il sommo poeta usa parole sublimi e di elevatissimo spessore teologico e spirituale. “Sto cercando di lasciare l'amaro del peccato e di riconquistare il bene, guidato da que­st'anima che vedete con me; ma, per riuscirci, devo scendere fino al centro della Terra”. ­Il nostro commento alla Divina Commedia non è uno sfoggio di cultura, non stiamo facendo disquisizioni di natura accademica. Stiamo semplicemente cercando di riconquistare il bene, stiamo guardando negli occhi il male che si annida nel profondo del nostro cuore, cercheremo di arrivare nel gelido “Cocito”, la landa ghiacciata e desolata, dove l’alito di Satana ( posto dalla fantasia dantesca al centro della terra)  tenta di congelare l’anelito di bene che ci ricorda la nostra divina somiglianza. Sulle pagine di “Non di solo pane” non stiamo facendo letteratura ma cerchiamo di intraprendere un cammino ascetico che trasformi l’amarezza del nostro peccato nella dolcezza inebriata della misericordia di Dio. Dobbiamo sentire un profondo dolore per i nostri peccati se vogliamo rialzarci e tornare al bene, a quell’abbraccio che tutto comprende e perdona.  Il monaco Guglielmo di Saint-Thierry riteneva che l’ascesi è il passaggio dalla vita animale a quella razionale e poi alla vita spirituale, dove avviene l’unione con Dio. L’inferno è il luogo dove gli istinti più biechi e animaleschi hanno avuto il sopravvento; Il Purgatorio è il luogo dove si prende coscienza del male commesso, dove si razionalizza e ci si rende conto delle tristi conseguenze del peccato: ciò provoca profondo dolore, una sofferenza che purifica e ci fa scontare le pene; il Paradiso è il luogo dell’unione con Dio, dove la pura legge spirituale dell’amore muove e riscalda la nostra povera anima. Ecco perché le tre cantiche della Divina Commedia diventano per noi un cammino ascetico, un cammino semplicemente spirituale.